[Voice: boccaccio]
Due sanesi amano una donna comare
dell'uno: muore il compare e torna al compagno secondo la promessa
fattagli e raccontagli come di là si dimori.
[Voice: boccaccio]
Restava solamente al re il dover novellare; il quale, poi che vide
le donne racchetate, che del pero tagliato che colpa avuta non avea si
dolevano, incominciò:
[Voice: dioneo]
Manifestissima cosa è che ogni
giusto re primo servatore dee essere delle leggi fatte da lui, e se
altro ne fa, servo degno di punizione e non re si dee giudicare: nel
quale peccato e riprensione a me, che vostro re sono, quasi costretto
cader conviene. Egli è il vero che io
ieri la legge diedi a' nostri ragionamenti fatti oggi con intenzione
di non voler questo dí il mio privilegio usare ma, soggiacendo
con voi insieme a quella, di quello ragionare che voi tutti ragionato
avete. Ma egli non solamente è stato
ragionato quello che io imaginato avea di raccontare, ma sonsi sopra
quello tante altre cose e molto piú belle dette, che io per me,
quantunque la memoria ricerchi, rammentar non mi posso né
conoscere che io intorno a sí fatta materia dir potessi cosa
che alle dette s'appareggiasse. E per
ciò, dovendo peccare nella legge da me medesimo fatta,
sí come degno di punigione infino a ora a ogni ammenda che
comandata mi fia mi proffero apparecchiato, e al mio privilegio
usitato mi tornerò. E dico che la
novella detta da Elissa
del compare e della comare e appresso la bessaggine de' sanesi hanno
tanta forza, carissime donne, che, lasciando star le beffe agli
sciocchi mariti fatte dalle lor savie mogli, mi tirano a dovervi
contare una novelletta di loro: la quale, ancora che in sé
abbia assai di quello che creder non si dee, nondimeno sarà in
parte piacevole a ascoltare.
[Voice: dioneo]
Furono adunque in Siena due giovani popolari, de' quali l'uno
ebbe nome Tingoccio
Mini e l'altro fu chiamato Meuccio di Tura, e abitavano in porta Salaia; e quasi mai
non usavano se non l'un con l'altro, e per quello che paresse
s'amavano molto. E andando, come gli uomini
vanno, alle chiese e alle prediche, piú volte udito avevano e
della gloria e della miseria che all'anime di color che morivano era,
secondo li lor meriti, conceduta nell'altro mondo; delle quali cose
disiderando di saper certa novella né trovando il modo, insieme
si promisero che qual prima di lor morisse, a colui che vivo fosse
rimaso, se potesse, ritornerebbe e direbbegli novelle di quello che
egli desiderava: e questo fermaron con giuramento.
[Voice: dioneo]
Avendosi adunque questa promession fatta
e insieme continuamente usando, come è detto, avvenne che Tingoccio divenne compare
d'uno Ambruogio
Anselmini, che stava in Camporeggi, il quale d'una sua donna
chiamata monna Mita
aveva avuto un figliuolo. Il quale Tingoccio insieme con
Meuccio visitando
alcuna volta questa sua comare, la quale era una bellissima e vaga
donna, non obstante il comparatico s'inamorò di lei; e Meuccio similmente,
piacendogli ella molto e molto udendola commendare a Tingoccio, se ne
innamorò. E di questo amore l'un si
guardava dall'altro, ma non per una medesima ragione: Tingoccio si guardava di
scoprirlo a Meuccio
per la cattività che a lui medesimo parea fare d'amare la
comare, e sarebbesi vergognato che alcuno l'avesse saputo; Meuccio non se ne guardava
per questo ma perché già avveduto s'era che ella piaceva
a Tingoccio, laonde
egli diceva: "Se io
questo gli discuopro, egli prenderà gelosia di me, e potendole
a ogni suo piacere parlare, sí come compare, in ciò che
egli potrà la mi metterà in odio, e cosí mai cosa
che mi piaccia di lei io non avrò".
[Voice: dioneo]
Ora, amando questi due giovani come detto
è, avvenne che Tingoccio, al quale era piú
destro il potere alla donna aprire ogni suo disiderio, tanto
seppe fare e con atti e con parole, che egli ebbe di lei il piacer
suo; di che Meuccio
s'accorse bene, e quantunque molto gli dispiacesse, pure, sperando di
dovere alcuna volta pervenire al fine del suo disiderio, acciò
che Tingoccio non
avesse materia né cagione di guastargli o d'impedirgli alcun
suo fatto, faceva pur vista di non avvedersene.
[Voice: dioneo]
Cosí amando i due compagni, l'uno
piú felicemente che l'altro, avvenne che, trovando Tingoccio nelle
possessioni della comare il terren dolce, tanto
vangò e tanto lavorò, che una infermità ne gli
sopravvenne; la quale dopo alquanti dí sí
l'aggravò forte che, non potendola sostenere, trapassò
di questa vita. E trapassato il terzo
dí appresso, ché forse prima non aveva potuto, se ne
venne, secondo la promession fatta, una notte nella camera di Meuccio e lui, il qual
forte dormiva, chiamò.
[Voice: dioneo]
Meuccio destatosi disse: "Qual se' tu?"
[Voice: dioneo]
A cui egli rispose: "Io son Tingoccio, il quale, secondo la
promessione che io ti feci, sono a te tornato a dirti novelle
dell'altro mondo".
[Voice: dioneo]
Alquanto si spaventò Meuccio veggendolo, ma pure
rassicurato disse: "Tu sie il ben venuto, fratel mio!", e poi il
domandò se egli era perduto.
[Voice: dioneo]
Al quale Tingoccio rispose: "Perdute son le cose che non si ritruovano: e come
sare' io in mei chi se io fossi perduto?"
[Voice: dioneo]
"Deh," disse Meuccio"io non dico
cosí, ma io ti dimando se tu se' tra l'anime dannate nel fuoco
pennace di Ninferno".
[Voice: dioneo]
A cui Tingoccio rispose: "Costetto no, ma io son bene, per li peccati da me
commessi, in gravissime pene e angosciose molto".
[Voice: dioneo]
Domandò allora Meuccio particularmente Tingoccio che pene si
dessero di là per ciascun de' peccati che di qua si commettono,
e Tingoccio gliele
disse tutte. Poi il domandò Meuccio se egli avesse di qua per lui a
fare alcuna cosa. A cui Tingoccio rispose di sí, e
ciò era che egli facesse per lui dire delle messe e delle
orazioni e fare delle limosine, per ciò che queste cose molto
giovavano a quei di là; a cui Meuccio disse di farlo volentieri.
[Voice: dioneo]
E partendosi Tingoccio da lui, Meuccio si ricordò della comare, e sollevato
alquanto il capo disse: "Ben che mi ricorda, o
Tingoccio: della
comare con la quale tu giacevi quando eri di qua, che pena t'è
di là data?"
[Voice: dioneo]
A cui Tingoccio rispose: "Fratel mio, come io giunsi di là,
sí fu uno il qual pareva che tutti i miei peccati sapesse a
mente, il quale mi comandò che io andassi in quel luogo nel
quale io piansi in grandissima pena le colpe mie, dove io trovai molti
compagni a quella medesima pena condannati che io; e stando io tra
loro e ricordandomi di ciò che già fatto avea con la comare e aspettando
per quello troppo maggior pena che quella che data m'era, quantunque
io fossi in un gran fuoco e molto ardente, tutto di paura
tremava. Il che sentendo un che m'era
dallato, mi disse: "Che hai tu piú che gli
altri che qui sono, che triemi stando nel fuoco?""O," diss'io "amico mio, io ho gran paura del
giudicio che io aspetto d'un gran peccato che io feci
già". Quegli allora mi
domandò che peccato quel fosse. A cui io dissi: "Il peccato fu cotale, che io mi giaceva con una
mia comare, e giacquivi tanto, che io me ne scorticai". E egli allora, faccendosi beffe di ciò, mi
disse: "Va, sciocco, non dubitare, ché di qua
non si tiene ragione alcuna delle comari!"; il che io udendo tutto
mi rassicurai". E detto questo,
appressandosi il giorno disse: "Meuccio, fatti con Dio,
ché io non posso piú esser con teco"; e subitamente
andò via.
[Voice: dioneo]
Meuccio, avendo udito che di là
niuna ragion si teneva delle comari, cominciò a far beffe della
sua sciocchezza, per ciò che già parecchie n'avea
risparmiate; per che, lasciata andar la sua ignoranza, in ciò
per innanzi divenne savio. Le quali cose se frate Rinaldo avesse sapute, non gli
sarebbe stato bisogno d'andar silogizzando quando convertí a'
suoi piaceri la sua buona comare.