[Voice: boccaccio]
Cimone amando divien savio ed Efigenia sua donna rapisce in
mare: è messo in Rodi
in prigione, onde Lisimaco il trae, e da capo con lui rapisce
Efigenia e Cassandrea nelle lor nozze,
fuggendosi con esse in Creti; e quindi, divenute lor mogli, con esse
a casa loro son richiamati.
[Voice: panfilo]
Molte novelle, dilettose donne, a dover
dar principio a cosí lieta giornata come questa sarà,
per dovere essere da me raccontate mi si paran davanti: delle quali
una piú nell'animo me ne piace, per ciò che per quella
potrete comprendere non solamente il felice fine per lo quale a
ragionare incominciamo, ma quanto sien sante, quanto poderose e di
quanto ben piene le forze d'Amore, le quali molti, senza saper che si
dicano, dannano e vituperano a gran torto: il che, se io non erro, per
ciò che innamorate credo che siate, molto vi dovrà esser
caro.
[Voice: panfilo]
Adunque (sí come noi nelle antiche
istorie de' cipriani abbiam già letto) nell'isola di Cipri fu un nobilissimo uomo il
quale per nome fu chiamato Aristippo, oltre a ogni altro paesano di
tutte le temporali cose ricchissimo: e se d'una cosa sola non lo
avesse la fortuna fatto dolente, piú che altro si potea
contentare. E questo era che egli, tra gli
altri suoi figliuoli, n'aveva uno il quale di grandezza e di bellezza
di corpo tutti gli altri giovani trapassava, ma quasi matto era e di
perduta speranza, il cui vero nome era Galeso; ma, per ciò che mai né
per fatica di maestro né per lusinga o battitura del padre o
ingegno d'alcuno altro gli s'era potuto metter nel capo né
lettera né costume alcuno, anzi con la voce grossa e deforme e
con modi piú convenienti a bestia che ad uomo, quasi per
ischerno da tutti era chiamato Cimone, il che nella lor lingua sonava quanto
nella nostra "bestione". La cui perduta vita
il padre con gravissima noia portava; e già essendosi ogni
speranza a lui di lui fuggita, per non aver sempre davanti la cagione
del suo dolore, gli comandò che alla villa n'andasse e quivi
co'suoi lavoratori si dimorasse; la qual cosa a Cimone fu carissima, per ciò che i
costumi e l'usanza degli uomini grossi gli eran piú a grado che
le cittadine.
[Voice: panfilo]
Andatosene adunque Cimone alla villa e quivi nelle cose
pertinenti a quella essercitandosi, avvenne che un giorno, passato
già il mezzodí, passando egli da una possessione a
un'altra con un suo bastone in collo, entrò in un boschetto il
quale era in quella contrada bellissimo, e, per ciò che del
mese di maggio era, tutto era fronzuto. Per
lo quale andando, s'avenne, sí come la sua fortuna il vi
guidò, in un pratello d'altissimi alberi circuito, nell'un de'
canti del quale era una bellissima fontana e fredda, allato alla quale
vide sopra il verde prato dormire una bellissima giovane con un vestimento indosso
tanto sottile, che quasi niente delle candide carni nascondea, e era
solamente dalla cintura in giú coperta d'una coltre
bianchissima e sottile; e a' piè di lei similmente dormivano
due femine e uno uomo, servi di questa giovane.
[Voice: panfilo]
La quale come Cimon vide, non altramenti che se mai
piú forma di femina veduta non avesse, fermatosi sopra il suo
bastone, senza dire alcuna cosa, con ammirazion grandissima la
incominciò intentissimo a riguardare; e nel rozzo petto, nel
quale per mille ammaestramenti non era alcuna impressione di
cittadinesco piacere potuta entrare, sentí destarsi un pensiero
il quale nella materiale e grossa mente gli ragionava costei essere la
piú bella cosa che già mai per alcun vivente veduta
fosse. E quinci cominciò a
distinguer le parti di lei, lodando i capelli, li quali d'oro
estimava, la fronte, il naso e la bocca, la gola e le braccia e
sommamente il petto, poco ancora rilevato: e, di lavoratore, di
bellezza subitamente giudice divenuto seco sommamente disiderava di
veder gli occhi, li quali ella, da alto sonno gravati teneva chiusi; e
per vedergli piú volte ebbe volontà di
destarla. Ma parendogli oltre modo
piú bella che l'altre femine per adietro da lui vedute,
dubitava non fosse alcuna dea; e pur tanto di sentimento avea, che
egli giudicava le divine cose esser di piú reverenza degne che
le mondane, e per questo si riteneva, aspettando che da se medesima si
svegliasse; e come che lo 'ndugio gli paresse troppo, pur, da non
usato piacer preso, non si sapeva partire.
[Voice: panfilo]
Avvenne adunque che dopo lungo spazio la
giovane, il cui nome era Efigenia, prima che alcun de' suoi si
risentí, e levato il capo e aperti gli occhi e veggendosi sopra
il suo bastone appoggiato star davanti Cimone, si maravigliò forte e disse: "Cimone, che
vai tu a questa ora per questo bosco cercando?"
[Voice: panfilo]
Era Cimone, sí per la sua forma e sí
per la sua rozzezza e sí per la nobiltà e ricchezza del
padre, quasi noto a ciascun del paese. Egli non rispose alle parole
d'Efigenia alcuna cosa;
ma come gli occhi di lei vide aperti, cosí in quegli fiso
cominciò a guardare, seco stesso parendogli che da quegli una
soavità si movesse la quale il riempiesse di piacere mai da lui
non provato.
[Voice: panfilo]
Il che la giovane veggendo,
cominciò a dubitare non quel suo guardar cosí fiso
movesse la sua rusticità a alcuna cosa che vergogna le potesse
tornare: per che, chiamate le sue femine, si levò sú
dicendo: "Cimone, rimanti con Dio."
[Voice: panfilo]
A cui allora Cimon rispose: "Io ne
verrò teco."
[Voice: panfilo]
E quantunque la giovane sua compagnia rifiutasse, sempre di
lui temendo, mai da sé partir nol poté infino a tanto
che egli non l'ebbe infino alla casa di lei accompagnata; e di quindi
n'andò a casa il padre, affermando sé in niuna guisa
piú in villa voler ritornare: il che quantunque grave fosse al
padre e a' suoi, pure il lasciarono stare, aspettando di veder qual
cagion fosse quella che fatto gli avesse mutar consiglio.
[Voice: panfilo]
Essendo adunque a Cimone nel cuore, nel quale niuna dottrina era
potuta entrare, entrata la saetta d'Amore per la bellezza d'Efigenia, in brevissimo tempo,
d'uno in altro pensiero pervenendo, fece maravigliare il padre e tutti
i suoi e ciascuno altro che il conoscea. Egli primieramente richiese il padre che il facesse
andare di vestimenti e d'ogni altra cosa ornato come i fratelli di lui
andavano: il che il padre contentissimo fece. Quindi usando co' giovani valorosi e udendo i modi,
quali a' gentili uomini si convenieno e massimamente agl'innamorati,
prima, con grandissima ammirazione d'ognuno, in assai brieve spazio di
tempo non solamente le prime lettere apparò ma valorosissimo
tra' filosofanti divenne. E appresso
questo, essendo di tutto ciò cagione l'amore il quale a Efigenia portava, non
solamente la rozza voce e rustica in convenevole e cittadina ridusse,
ma di canto divenne maestro e di suono, e nel cavalcare e nelle cose
belliche, cosí marine come di terra, espertissimo e feroce
divenne. E in brieve, acciò che io
non vada ogni particular cosa delle sue virtú raccontando, egli
non si compié il quarto anno dal dí del suo primiero
innamoramento, che egli riuscí il piú leggiadro e il
meglio costumato e con piú particulari virtú che altro
giovane alcuno che nell'isola fosse di Cipri.
[Voice: panfilo]
Che dunque, piacevoli donne, diremo di
Cimone? Certo niuna altra
cosa se non che l'alte vertú dal cielo infuse nella valorosa
anima fossono da invidiosa fortuna in picciolissima parte del suo
cuore con legami fortissimi legate e racchiuse, li quali tutti Amor
ruppe e spezzò, sí come molto piú potente di lei;
e come eccitatore degli adormentati ingegni,
quelle da crudele obumbrazione offuscate con la sua forza sospinse in
chiara luce, apertamente mostrando di che luogo tragga gli spiriti a
lui subgetti e in quale gli conduca co' raggi suoi.
[Voice: panfilo]
Cimone, adunque, quantunque amando Efigenia in alcune cose,
sí come i giovani amanti molto spesso fanno, trasandasse,
nondimeno Aristippo,
considerando che amor l'avesse di montone fatto tornare uno uomo, non
solo pazientemente il sostenea ma in seguir ciò in tutti i suoi
piaceri il confortava. Ma Cimone, che d'esser chiamato
Galeso rifiutava,
ricordandosi che cosí da Efigenia era stato chiamato, volendo onesto
fine porre al suo disio, piú volte fece tentare Cipseo, padre d'Efigenia che lei per moglie
gli dovesse dare; ma Cipseo rispose sempre sé averla
promessa a Pasimunda,
nobile giovane rodiano, al quale non intendeva venirne meno.
[Voice: panfilo]
E essendo delle pattovite nozze d'Efigenia venuto il tempo e il
marito mandato per lei, disse seco Cimone: "Ora è tempo di
mostrare, o Efigenia,
quanto tu sii da me amata. Io son per te divenuto uomo: e se io ti
posso avere, io non dubito di non divenire piú glorioso che
alcuno idio: e per certo io t'avrò o io morrò."
[Voice: panfilo]
E cosí detto, tacitamente alquanti
nobili giovani richiesti che suoi amici erano, e fatto segretamente un
legno armare con ogni cosa oportuna a battaglia navale, si misse in
mare, attendendo il legno sopra il quale Efigenia trasportata doveva essere in Rodi al suo marito. La quale, dopo
molto onore fatto dal padre di lei agli amici del marito, entrata in
mare, verso Rodi dirizzaron
la proda e andar via. Cimone, il quale non dormiva, il dí
seguente col suo legno gli sopragiunse, e di 'n su la proda a quegli
che sopra il legno d'Efigenia erano forte gridò: "Arrestatevi, calate le vele, o voi aspettate d'esser
vinti e sommersi in mare".
[Voice: panfilo]
Gli avversarii di Cimone avevano l'arme tratte sopra coverta e
di difendersi s'apparecchiavano: per che Cimone, dopo le parole preso un rampicone di
ferro, quello sopra la poppa de' rodiani, che via andavan forte,
gittò e quella alla proda del suo legno per forza congiunse; e
fiero come un leone, sanza altro seguito d'alcuno aspettare, sopra la
nave de' rodiani saltò, quasi tutti per niente gli avesse; e
spronandolo amore, con maravigliosa forza fra' nemici con un coltello
in man si mise e or questo e or quello ferendo quasi pecore gli
abbattea. Il che vedendo i rodiani, gittando
in terra l'armi, quasi a una voce tutti si cofessaron prigioni.
[Voice: panfilo]
Alli quali Cimon disse: "Giovani uomini,
né vaghezza di preda né odio che io abbia contra di voi
mi fece partir di Cipri a
dovervi in mezzo mare con armata mano assalire. Quel che mi mosse è a me grandissima cosa a
avere acquistata e a voi è assai leggiera a concederlami con
pace: e ciò è Efigenia, da me sopra ogni altra cosa amata,
la quale non potendo io avere dal padre di lei come amico e con pace,
da voi come nemico e con l'armi m'ha costretto amore a
acquistarla. E per ciò intendo io
d'esserle quello che esserle dovea il vostro Pasimunda: datelami e andate con la grazia
di Dio."
[Voice: panfilo]
I giovani, li quali piú forza che
liberalità costrignea, piagnendo Efigenia a Cimon concedettono; il quale vedendola
piagnere disse: "Nobile donna, non ti sconfortare; io
sono il tuo Cimone, il
quale per lungo amore t'ho molto meglio meritata d'avere, che Pasimunda per promessa
fede."
[Voice: panfilo]
Tornossi adunque Cimone, lei già avendo sopra la sua
nave fatta portare senza alcuna altra cosa toccare de' rodiani, a'
suoi compagni, e loro lasciò andare. Cimone
adunque, piú che altro uomo contento dell'acquisto di
cosí cara preda, poi che alquanto di tempo ebbe posto in dover
lei piagnente racconsolare, diliberò co' suoi compagni non
essere da tornare in Cipri
al presente: per che, di pari diliberazion di tutti, verso Creti, dove quasi ciascuno e
massimamente Cimone per
antichi parentadi e novelli e per molta amistà si credevano
insieme con Efigenia
esser sicuri, dirizzaron la proda della lor nave.
[Voice: panfilo]
Ma la fortuna, la quale assai lietamente
l'acquisto della donna aveva conceduto a Cimone, non stabile, subitamente in tristo e
amaro pianto mutò la inestimabile letizia dello innamorato
giovane. Egli non erano ancora quattro ore
compiute poi che Cimone li
rodiani aveva lasciati, quando, sopravegnente la notte, la quale Cimone piú piacevole che
alcuna altra sentita giammai aspettava, con essa insieme surse un
tempo fierissimo e tempestoso, il quale il cielo di nuvoli e 'l mare
di pistilenziosi venti riempié; per la qual cosa né
poteva alcun veder che si fare o dove andarsi, né ancora sopra
la nave tenersi a dover fare alcun servigio. Quanto Cimone di ciò si dolesse non è
da dimandare. Egli pareva che gl'iddii gli avessero conceduto il suo
disio acciò che piú noia gli fosse il morire, del quale
senza esso prima si sarebbe poco curato. Dolevansi similmente i suoi compagni, ma sopra tutti si
doleva Efigenia, forte
piangendo e ogni percossa dell'onda temendo: e nel suo pianto
aspramente maladiceva l'amor di Cimone e biasimava il suo ardire, affermando
per niuna altra cosa quella tempestosa fortuna esser nata, se non
perché gl'iddii non volevano che colui, il quale lei contra li
lor piaceri voleva aver per isposa, potesse del suo presuntuoso
disiderio godere, ma vedendo lei prima morire, egli appresso
miseramente morisse.
[Voice: panfilo]
Con cosí fatti lamenti e con
maggiori, non sappiendo che farsi i marinari, divenendo ognora il
vento piú forte, senza sapere conoscere dove s'andassero,
vicini all'isola di Rodi
pervennero; né conoscendo per ciò che Rodi si fosse quella, con ogni ingegno, per
campar le persone, si sforzarono di dovere in essa pigliar terra se si
potesse. Alla qual cosa la fortuna fu
favorevole e lor perdusse in un piccolo seno di mare, nel quale poco
avanti a loro li rodiani stati da Cimon lasciati erano con la lor nave
pervenuti; né prima s'accorsero sé avere all'isola di
Rodi afferrato che, surgendo
l'aurora e alquanto rendendo il cielo piú chiaro, si videro
forse per una tratta d'arco vicini alla nave il giorno davanti da lor
lasciata. Della qual cosa Cimone senza modo dolente,
temendo non gli avvenisse quello che gli avvenne, comandò che
ogni forza si mettesse a uscir quindi, e poi dove alla fortuna
piacesse gli trasportasse, per ciò che in alcuna parte peggio
che quivi esser non poteano. Le forze si
misero grandi a dovere di quindi uscire ma invano: il vento
potentissimo poggiava in contrario, in tanto che, non che essi del
picciol seno uscir potessero, ma, o volessero o no, gli sospinse alla
terra.
[Voice: panfilo]
Alla quale come pervennero, dalli
marinari rodiani della lor nave discesi furono riconosciuti; de' quali
prestamente alcun corse a una villa ivi vicina dove i nobili giovani
rodiani n'erano andati, e loro narrò quivi Cimone con Efigenia sopra la lor nave per fortuna,
sí come loro, essere arrivati. Costoro udendo questo lietissimi, presi molti degli
uomini della villa, prestamente furono al mare; e Cimone, che già co' suoi disceso aveva
preso consiglio di fuggire in alcuna selva vicina, e insieme tutti con
Efigenia furon presi e
alla villa menati; e di quindi, venuto dalla città Lisimaco, appo il quale quello
anno era il sommo maestrato de' rodiani, con grandissima compagnia
d'uomini d'arme, Cimone e'
suoi compagni tutti ne menò in prigione, sí come Pasimunda, al quale le
novelle eran venute, aveva, col senato di Rodi dolendosi, ordinato.
[Voice: panfilo]
In cosí fatta guisa il misero e
innamorato Cimone
perdé la sua Efigenia poco davanti da lui guadagnata,
senza altro averle tolto che alcun bascio. Efigenia
da molte nobili donne di Rodi fu ricevuta e riconfortata sí del
dolore avuto della sua presura e sí della fatica sostenuta del
turbato mare; e appo quelle stette infino al giorno diterminato alle
sue nozze. A Cimone e a' suoi compagni, per la
libertà il dí davanti data a' giovani rodiani, fu donata
la vita, la qual Pasimunda a suo poter sollecitava di far
lor torre, e a prigion perpetua fur dannati: nella quale, si come si
può credere, dolorosi stavano e senza speranza mai d'alcun
piacere. Ma Pasimunda
quanto poteva l'apprestamento sollecitava delle future nozze.
[Voice: panfilo]
La fortuna, quasi pentuta della subita
iniuria fatta a Cimone,
nuovo accidente produsse per la sua salute. Aveva Pasimunda un fratello minor di tempo di lui
ma non di virtú, il quale avea nome Ormisda, stato in lungo trattato di dover
torre per moglie una nobile giovane e bella della città, e era
chiamata Cassandrea,
la quale Lisimaco
sommamente amava; e erasi il matrimonio per diversi accidenti
piú volte frastornato. Ora veggendosi
Pasimunda per dovere
con grandissima festa celebrare le sue nozze, pensò ottimamente
esser fatto se in questa medesima festa, per non tornar e piú
alle spese e al festeggiare, egli potesse fare che Ormisda similmente menasse moglie per che co'
parenti di Cassandrea
rincominciò le parole e perdussele a effetto; e insieme egli e
'l fratello con loro diliberarono che quello medesimo dí che
Pasimunda menasse Efigenia, quello Ormisda menasse Cassandrea.
[Voice: panfilo]
La qual cosa sentendo Lisimaco, oltre modo gli dispiacque, per
ciò che si vedeva della sua speranza privare, la quale portava
che, se Ormisda non la
prendesse, fermamente doverla avere egli. Ma, sí come savio, la noia sua dentro tenne
nascosa e cominciò a pensare in che maniera potesse impedire
che ciò non avesse effetto, né alcuna via vide
possibile, se non il rapirla. Questo gli
parve agevole per lo uficio il quale aveva, ma troppo piú
disonesto il reputava che se l'uficio non avesse avuto: ma in brieve,
dopo lunga diliberazione, l'onestà diè luogo a amore, e
prese per partito, che che avvenir ne dovesse, di rapir Cassandrea. E pensando della compagnia che a far questo dovesse
avere e dell'ordine che tener dovesse, si ricordò di Cimone, il quale co' suoi
compagni in prigione avea; e immaginò niuno altro compagno
migliore né piú fido dover potere avere che Cimone in questa
cosa. Per che la seguente notte occultamente
nella sua camera il fé venire e cominciogli in cotal guisa a
favellare: "Cimone, cosí come gl'iddii sono ottimi
e liberali donatori delle cose agli uomini, cosí sono
sagacissimi provatori delle loro virtú, e coloro li quali essi
truovano fermi e constanti a tutti i casi, sí come piú
valorosi, di piú alti meriti fanno degni. Essi hanno della tua vertú voluta piú
certa esperienza che quella che per te si fosse potuta mostrare dentro
a' termini della casa del padre tuo, il quale io conosco
abondantissimo di ricchezze: e prima colle pugnenti sollicitudini
d'amore da insensato animale, sí come io ho inteso, ti recarono
a essere uomo; poi con dura fortuna e al presente con noiosa prigione
voglion vedere se l'animo tuo si muta da quello che era quando poco
tempo lieto fosti della guadagnata preda. Il quale, se quello medesimo è che già
fu, niuna cosa tanto lieta ti prestarono quanto è quella che al
presente s'apparecchiano a donarti: la quale, acciò che tu
l'usate forze ripigli e divenghi animoso, io intendo di
dimostrarti. Pasimunda, lieto della tua disaventura e
sollecito procuratore della tua morte, quanto può s'affretta di
celebrare le nozze della tua Efigenia, acciò che in quelle goda
della preda la qual prima lieta fortuna t'avea conceduta e subitamente
turbata ti tolse; la qual cosa quanto ti debbia dolere, se cosí
ami come io credo, per me medesimo il cognosco, al quale pari ingiuria
alla tua in un medesimo giorno Ormisda suo fratello s'apparecchia di fare, a
me, di Cassandrea, la
quale io sopra tutte l'altre cose amo. E a
fuggire tanta ingiuria e tanta noia della fortuna, niuna via ci veggio
da lei essere stata lasciata aperta se non la vertú de' nostri
animi e delle nostre destre, nelle quali aver ci convien le spade e
farci far via a te alla seconda rapina e a me alla prima delle due
nostre donne; per che, se la tua, non vo' dir libertà, la qual
credo che poco senza la tua donna curi, ma la tua donna t'è
cara di riavere, nelle tue mani, volendo me alla mia impresa seguire,
l'hanno posta gl'iddii."
[Voice: panfilo]
Queste parole tutto feciono lo smarrito
animo ritornare in Cimone,
e senza troppo rispitto prendere alla risposta, disse: "Lisimaco,
né piú forte né piú fido compagno di me
puoi avere a cosí fatta cosa, se quello me ne dee seguire che
tu ragioni; e per ciò quello che a te pare che per me s'abbia a
fare, imponlomi, e vedera'ti con maravigliosa forza seguire."
[Voice: panfilo]
Al quale Lisimaco disse: "Oggi al
terzo dí le novelle spose entreranno primieramente nelle case
de' lor mariti, nelle quali tu co' tuoi compagni armato e con alquanti
miei, né quali io mi fido assai, in sul far della sera
entreremo, e quelle del mezzo de' conviti rapite a una nave, la quale
io ho fatta segretamente apprestare, ne meneremo, uccidendo chiunque
ciò contrastar presummesse."
[Voice: panfilo]
Piacque l'ordine a Cimone, e tacito infino al tempo posto si
stette in prigione.
[Voice: panfilo]
Venuto il giorno delle nozze, la pompa fu
grande e magnifica, e ogni parte della casa de' due fratelli fu di
lieta festa ripiena. Lisimaco, ogni cosa oportuna avendo
appresta, Cimone e' suoi
compagni e similmente i suoi amici, tutti sotto i vestimenti armati,
quando tempo gli parve, avendogli prima con molte parole al suo
proponimento accesi, in tre parti divise, delle quali cautamente l'una
mandò al porto, acciò che niun potesse impedire il
salire sopra la nave quando bisognasse; e con l'altre due alle case di
Pasimunda venuti, una
ne lasciò alla porta, acciò che alcun dentro non gli
potesse rinchiudere o a loro l'uscita vietare, e col rimanente insieme
con Cimone montò su
per le scale. E pervenuti nella sala dove le
nuove spose con molte altre donne già a tavola erano per
mangiare assettate ordinatamente, fattisi innanzi e gittate le tavole
in terra, ciascun prese la sua, e nelle braccia de' compagni messala,
comandarono che alla nave apprestata le menassero di presente.
[Voice: panfilo]
Le novelle spose cominciarono a piagnere
e a gridare, e il simigliante l'altre donne e i servidori, e
subitamente fu ogni cosa di romore e di pianto ripieno. Ma Cimone e
Lisimaco e' lor
compagni, tirate le spade fuori, senza alcun contasto, data loro da
tutti la via, verso le scale se ne vennero; e quelle scendendo,
occorse lor Pasimunda,
il quale con un gran bastone in mano al romor traeva, cui animosamente
Cimone sopra la testa
ferí e ricisegliele ben mezza e morto sel fece cadere a'
piedi. Allo aiuto del quale correndo il
misero Ormisda,
similmente da un de' colpi di Cimon fu ucciso, e alcuni altri che appressar
si vollero da' compagni di Lisimaco e di Cimone fediti e ributtati indietro furono.
Essi, lasciata piena la casa di sangue, di
romore e di pianto e di tristizia, senza alcuno impedimento stretti
insieme con la loro rapina alla nave pervennero: sopra la quale messe
le donne e saliti essi tutti e i lor compagni, essendo già il
lito pien di gente armata che alla riscossa delle donne venia, dato
de' remi in acqua lieti andaron pe' fatti loro.
[Voice: panfilo]
E pervenuti in Creti, quivi da molti e amici e parenti
lietamente ricevuti furono: e sposate le donne e fatta la festa
grande, lieti della loro rapina goderono. In Cipri e in Rodi furono i romori e' turbamenti grandi e
lungo tempo per le costoro opere. Ultimamente, interponendosi e
nell'un luogo e nell'altro gli amici e i parenti di costoro, trovaron
modo che dopo alcuno essilio Cimone con Efigenia lieto si tornò in Cipri e Lisimaco similmente con Cassandrea ritornò in Rodi e ciascun lietamente con la
sua visse lungamente contento nella sua terra.