[Voice: boccaccio]
Mille fiate o piú aveva la novella
di Dioneo a rider mosse l'oneste donne, tali e sí fatte lor
parevan le sue parole; per che, venuto egli al conchiuder di quella,
conoscendo la reina che
il termine della sua signoria era venuto, levatasi la laurea di capo,
quella assai piacevolmente pose sopra la testa a Filostrato e disse: "Tosto ci avvedremo se i' lupo saprà meglio
guidar le pecore, che le pecore abbiano i lupi guidati."
[Voice: boccaccio]
Filostrato, udendo questo, disse ridendo:
"Se mi fosse stato creduto, i lupi avrebbono alle
pecore insegnato rimettere il diavolo in inferno, non peggio che
Rustico facesse ad Alibech, e perciò non ne chiamate lupi, dove
voi state pecore non siete; tuttavia, secondo che conceduto mi fia, io
reggerò il regno commesso."
[Voice: boccaccio]
A cui Neifile rispose: "Odi, Filostrato, voi avreste,
volendo a noi insegnare, potuto apparar senno, come apparò
Masetto da Lamporecchio
dalle monache e riavere la favella a tale ora che l'ossa senza maestro
avrebbono apparato a sufolare."
[Voice: boccaccio]
Filostrato, conoscendo che falci si
trovavan non meno che egli avesse strali, lasciato stare il
motteggiare, a darsi al governo del regno commesso cominciò: e,
fattosi il siniscalco chiamare, a che punto le cose fossero tutte
volle sentire; e oltre a questo, secondo che avvisò che bene
stesse e che dovesse sodisfare alla compagnia, per quanto la sua
signoria dovea durare, discretamente ordinò: e quindi, rivolto
alle donne, disse: "Amorose donne, per la
mia disaventura, poscia che io ben da mal conobbi, sempre per la
bellezza d'alcuna di voi stato sono a Amor subgetto, né
l'essere umile né l'essere ubbidiente né il seguirlo in
ciò che per me s'è conosciuto alla seconda in tutti i
suoi costumi, m'è valuto, che io prima per altro abbandonato e
poi non sia sempre di male in peggio andato; e cosí credo che
io andrò di qui alla morte. E per
ciò non d'altra materia domane mi piace che si ragioni se non
di quello che a' miei fatti è piú conforme, cioè
di coloro li cui amori ebbero infelice fine,
per ciò che io a lungo andar l'aspetto infelicissimo, né
per altro il nome, per lo quale voi mi chiamate, da tale che seppe ben
che si dire mi fu imposto"; e cosí detto, in piè
levatosi, per infino all'ora della cena licenziò ciascuno.
[Voice: boccaccio]
Era sí bello il giardino e sí dilettevole,
che alcuno non vi fu che eleggesse di quello uscire per piú
piacere altrove dover sentire; anzi, non faccendo il sol già
tiepido alcuna noia a seguire, i cavriuoli e i conigli e gli altri
animali che erano per quello e che a lor sedenti forse cento volte per
mezzo lor saltando, eran venuti a dar noia, si dierono alcune a
seguitare. Dioneo e la Fiammetta cominciarono a cantare di Messer
Guiglielmo e della Dama del Vergiú; Filomena e Panfilo si diedono a giucare a scacchi; e
cosí chi una cosa e chi altra faccendo, fuggendosi il tempo,
l'ora della cena appena aspettata sopravvenne: per che, messe le
tavole d'intorno alla bella fonte, quivi con grandissimo diletto
cenaron la sera.
[Voice: boccaccio]
Filostrato, per non uscir del cammin
tenuto da quelle che reine avanti a lui erano state, come levate furon
le tavole, cosí comandò che la Lauretta una danza prendesse e dicesse una
canzone; la qual disse: "Signor mio, delle altrui
canzoni io non so, né delle mie alcuna n'ho alla mente che sia
assai convenevole a cosí lieta brigata; se voi di quelle che io
hovolete, io ne dirò volentieri."
[Voice: boccaccio]
Alla quale il re disse: "Niuna tua cosa potrebbe
essere altro che bella e piacevole; e per ciò tale qual tu
l'hai, cotale la dí."
[Voice: boccaccio]
La Lauretta allora con voce assai soave, ma con
maniera alquanto pietosa, rispondendo l'altre, cominciò
cosí:
[Voice: lauretta]
Niuna sconsolata
da dolersi ha quant'io,
ch'invan sospiro, lassa innamorata.
Colui che muove il cielo e ogni stella
mi fece a suo diletto
vaga, leggiadra, graziosa e bella,
per dar qua giú a ogni alto intelletto
alcun segno di quella
biltà che sempre a Lui sta nel cospetto;
e il mortal difetto,
come mal conosciuta,
non mi gradisce, anzi m'ha dispregiata.
Già fu chi m'ebbe cara e volentieri
giovinetta mi prese
nelle sue braccia e dentro a' suoi pensieri,
e de' miei occhi tututto s'accese,
e 'l tempo, che leggieri
sen vola, tutto in vagheggiarmi spese;
e io, come cortese,
di me il feci degno;
ma or ne son, dolente a me!, privata.
Femmisi innanzi poi presuntuoso
un giovinetto fiero,
sé nobil reputando e valoroso,
e presa tienmi e con falso pensiero
divenuto è geloso;
laond'io, lassa!, quasi mi dispero,
cognoscendo per vero,
per ben di molti al mondo
venuta, da uno essere occupata.
Io maledico la mia sventura,
quando, per mutar vesta,
sí dissi mai; sí bella nella oscura
mi vidi già e lieta, dove in questa
io meno vita dura,
vie men che prima reputata onesta.
O dolorosa festa,
morta foss'io avanti
che io t'avessi in tal caso provata!
O caro amante, del qual prima fui
piú che altra contenta,
che or nel ciel se' davanti a Colui
che ne creò, deh! pietoso diventa
di me, che per altrui
te obliar non posso: fa ch'io senta
che quella fiamma spenta
non sia, che per me t'arse,
e costà sú m'impetra la tornata.
[Voice: boccaccio]
Qui fece fine la Lauretta alla sua canzone, la quale notata
da tutti, diversamente da diversi fu intesa: e ebbevi di quegli che
intender vollono alla melanese, che fosse meglio
un buon porco che una bella tosa; altri furono di piú
sublime e migliore e piú vero intelletto, del quale al presente
recitar non accade. Il re, dopo questa, su
l'erba e 'n su i fiori avendo fatti molti doppieri accendere ne fece
piú altre cantare infin che già ogni stella a cader
cominciò che salia; per che, ora parendogli da dormire,
comandò che con la buona notte ciascuno alla sua camera si
tornasse.